Mignottocrazia

Claudio Ciaravolo ha coniato il termine “mignottocrazia”  nel 2002,  in occasione di un’analisi del ruolo sociale del chirurgo plastico. In un convegno internazionale sull’ossessione degli ultra- corpi, Ciaravolo ha illustrato le dinamiche che hanno determinato il  crescente strapotere  del chirurgo plastico.

La donna moglie e madre, messa giustamente in crisi e poi definitivamente cancellata   dalle lotte per l’emancipazione femminile, ha  ceduto il posto ad una donna che si affida sempre più,  e quasi esclusivamente,  alla seduttività.

Si è andata consolidando e diffondendo su tutti i fronti un’immagine femminile ubiquitaria e stereotipata, che trionfa in televisione, sui media, e quindi anche nella realtà.

Un’immagine totalmente imperniata sull’aspetto fisico, che deve rispondere a dei criteri standard: seno alto, sodo e abbondante; culo alto e sporgente; vita stretta. Quello che non si può vedere, né toccare con mano (intelligenza, cultura, simpatia, capacità di entrare in contatto) fa ormai parte della categoria degli optional.

Questa donna  clonata, infinita replica di se stessa, esercita – con la complicità dei media - un potere assoluto.

E’ a questo potere che Claudio Ciaravolo ha dato il nome di “mignottocrazia”. Poi ripreso da sociologi e studiosi in più occasioni, giunto di recente all’attenzione del grande pubblico.

Secondo Ciaravolo, come il matriarcato esprime una forma di supremazia della donna fondata sul suo potere di procreare, nella mignottocrazia si ha il prevalere della donna esclusivamente per la sua capacità seduttiva. Naturale, o più frequentemente realizzata su un tavolo operatorio.

Il matriarcato e la mignottocrazia vengono visti dallo studioso napoletano come aspetti estremi di una possibile “ginecocrazia”.